Sordità compensata dall’area frontale del cervello. Scoperta promettente

Sordità compensata dall'area frontale del cervello
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Sordità compensata dall’area frontale del cervello

Una nuova ricerca prende in esame la sordità compensata dall’area frontale del cervello. Avviene soprattutto negli anziani che vanno incontro a ipoacusia a causa dell’età avanzata (può succedere dopo gli ottanta, ma anche prima a seconda dei casi e delle predisposizioni. Ma c’entrano anche altre cause, come Ménière, per fare un esempio).

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Premesso che la scoperta della sordità compensata dall’area frontale del cervello è un’evidenza scientifica di grande rilievo per i ricercatori, va subito detto che non ha immediate ripercussioni sulla vita concreta di chi soffre di ipoacusia o di sordità tout court.

Potrebbe però averne in un futuro non troppo lontano

E questo per il semplice motivo che adesso si ha a disposizione un’arma in più per indirizzare al meglio gli sforzi finalizzati al contrasto di certe tipologie di sordità (mi riferisco in particolare a chi si occupa di apparecchi acustici, ma non soltanto a questi ovviamente).

Un conto è infatti studiare l’orecchio e le interazioni con il cervello, un altro è sapere che nel parlato, e in un ambiente rumoroso, a entrare in azione per compensare la mancata comprensione delle parole è l’area frontale del cervello, cioè quella e non altre, cosa che finora non si sapeva.

La ricerca che ha condotto alla scoperta della sordità compensata dall’area frontale del cervello

La notizia della scoperta è stata data così dal sito canadese EurekAlert (The Global Source of Science News): «Alcuni ricercatori hanno localizzato l’area specifica del cervello che gli adulti più anziani impiegano per differenziare il parlato in un ambiente rumoroso. La scoperta può rivoluzionare il trattamento della perdita d’udito

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Non male, naturalmente se tutto verrà confermato da ulteriori e più approfondite ricerche. Non si può infatti tralasciare la circostanza che vede un campione decisamente piccolo impiegato ai fini della ricerca.

In pratica è stata analizzata l’attività cerebrale di 16 giovani, confrontata con quella di 16 adulti più anziani, per scoprire la loro abilità nell’identificare sillabe del discorso parlato in un contesto in cui il rumore di fondo veniva sottoposto a continui cambiamenti (la situazione peggiore che si possa immaginare per chi non ci sente bene…).

Cosa è stato scoperto effettivamente

La ricerca, pubblicata recentemente con il titolo: [Du, Y. et al.] Increased activity in frontal motor cortex compensates impaired speech perception in older adults. Nat. Commun. 7:12241 doi: 10.1038/ncomms12241 (2016), ha portato alla luce il fenomeno secondo cui gli adulti più anziani, per la comprensione del parlato in ambiente rumoroso, attivano maggiormente la regione frontale del cervello (insieme a quella uditiva), più di quanto non facciano gli adulti giovani.

Affermano i ricercatori: «Abbiamo mostrato che gli adulti più anziani, con una maggiore attività della regione frontale del cervello, hanno una più alta specificità nell’individuare i fonemi. Ciò sta a significare che l’accresciuta attività della regione frontale è in grado di migliorare la comprensione dei fonemi stessi.»

E aggiungono: «Questi risultati forniscono l’evidenza che negli adulti più anziani il maggiore coinvolgimento della regione frontale compensa le difficoltà di comprendere il parlato a livello di organo dell’udito in particolari condizioni di rumori di fondo

Le implicazioni pratiche della scoperta

La scoperta apre la strada a nuovi programmi nel trattamento della sordità che affligge le persone più anziane, per esempio con nuovi apparecchi acustici che tengano conto del dato che emerge dalla ricerca.

Potremmo addirittura ipotizzare che in un futuro non molto lontano saremo in grado di assistere a una rivoluzione nel modo di concepire gli apparecchi acustici.

Ciò anche in considerazione dell’invecchiamento della popolazione e delle migliorate speranze di vita (il 90% degli ultraottantenni soffre di sordità, con ripercussioni sulla qualità di vita e sulla capacità di relazione), che rendono indispensabili la creazione di ausili che rendano la vita ancora piena di significato e di emozioni.

Sentire bene, oltretutto, aiuta a mantenere integre le funzioni cognitive, indispensabili per vivere appieno la vita di relazione.

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