La sindrome di Ménière raccontata da uno che ne soffre da tempo immemorabile – 7

psicoanalisi
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Continua la pubblicazione, a puntate settimanali, del mio racconto sulla sindrome di Ménière.

Seguimi, in linea di massima, il martedì.

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Capitolo Sesto

Cosa fare? Tentativi di soluzione

Benissimo, ma in soldoni, per il paziente, una volta individuata con certezza la “sospetta sindrome di Ménière”, cosa cambia nella realtà?

Il paziente infatti soffre le pene dell’inferno per i continui attacchi di vertigine, anche se intervallati da periodi di latenza, lunghi a volte anni, accompagnati da vomito e perdita d’udito; non sa che pesci pigliare per la sua vita lavorativa messa di continuo a rischio per le assenze improvvise dovute alla sua condizione; teme sopra ogni cosa di andare incontro a una crisi improvvisa e per questo motivo non si arrischia a guidare la macchina; sa di essere purtroppo una mina vagante anche in ambito famigliare perché non si può fare affidamento su di lui (oggi sta bene, domani chissà, quando si è in preda a vertigini e vomito si è letteralmente fuori gioco…).

E a questo stato di cose, così invalidante, il medico e lo specialista rispondono con gocce o compresse da assumersi alla bisogna per bocca in caso di vomito (!?) e vertigini prolungate? Ma mi faccia il piacere… direbbe Totò.

Naturalmente anch’io (e come avrei potuto fare diversamente? chi sono io per ergermi a giudice della sapienza dei medici, maturata nel corso di millenni?) ho seguito questa trafila, nonostante mi sia reso subito conto che goccine e compresse, a prescindere dalla loro pretesa efficacia, non potessero sortire l’effetto loro attribuito, stante il fatto che risultava impossibile ingurgitarle a causa dei continui conati di vomito.

E’ fra l’altro sorprendente notare come a distanza di anni e annorum (non sono nato ieri...) vengano anche oggi riproposti gli stessi identici “farmaci” con i medesimi dosaggi, tutti a base dello stesso principio attivo di una volta, tramandati di padre in figlio, tanto una volta ottenuta l’autorizzazione per l’immissione in commercio chi si sognerebbe di ritirarla visto che i risultati sono certi e apprezzati (non dai pazienti però)?

Sia come sia, personalmente mi sono detto che una soluzione ci doveva pur essere, di carattere chimico, fisico, spirituale, nutrizionale, fisioterapico, gnatologico, escatologico…

Da dove ho cominciato a cercare la soluzione?

  1. La psicoanalisi. A quel tempo avevo un po’ la fissa della psicoanalisi.

Andava di moda, in certi ambienti se ne diceva un gran bene (Woody Allen era ancora di là da venire...), tutti avremmo voluto o dovuto intraprendere prima o poi questa strada per un motivo o per l’altro.

Date queste premesse, perché non provare a iniziare il percorso? Sapevo che sarebbe stato irto di ostacoli, ma certo male non poteva farmi e d’altronde altri rimedi più abbordabili non se ne vedevano all’orizzonte.

Mi dicevano che il tale si era risollevato da una bruttissima esperienza grazie proprio a qualche anno di psicoanalisi; e che il tal altro con manie suicide era perfettamente guarito, e allora perché ostinarsi a non andare in terapia? In fondo, tutti dicevano che in questa benedetta e misteriosa “cosa” [Ménière] un ruolo importante lo giocava proprio la componente emotiva di cui giustappunto la psicoanalisi sosteneva di occuparsi a pieno titolo.

Così, preso dalla consueta e abituale disperazione, chiamai il numero dello psicanalista che un amico mi aveva messo in mano a forza.

La conversazione fu di questo tenore.

«Buonasera, sono PZ e ho avuto il suo numero da RP che lei conosce»

«Mi dica»

«Mi trovo nella necessità di fronteggiare uno stato patologico che mi crea un’ansia incredibile e mi crea situazioni impossibili da gestire dal punto di vista emotivo, lavorativo, di vita familiare ecc. Mi hanno detto che lei potrebbe aiutarmi. E’ così?»

«Sì, le hanno riferito correttamente e io potrei in effetti esserle d’aiuto. Purtroppo però la mia agenda è strapiena e di conseguenza in questo momento non potrei seguirla come la sofferenza che lei sta esprimendo merita. In alternativa posso proporle il nome di un mio collaboratore di cui fido ciecamente e che si avvale della mia supervisione.»

«Accetto la sua proposta e le chiedo di mettermi in contatto con il suo collaboratore, grazie.»

L’indomani ricevo il recapito dello psicanalista che mi seguirà, sempre che riusciremo a stabilire un vicendevole legame e ci troveremo d’accordo sui particolari da seguire nel percorso terapeutico (compenso in denaro incluso).

Le modalità terapeutiche si rivelano in effetti onerose dal punto di vista economico e gravose per l’impegno settimanale, ma il mio stato non lascia scampo, qualcosa dovrò pur mettere in atto.

La prima seduta è in ogni caso preliminare e serve a mettere in chiaro il tutto: due sedute a settimana (cascasse il mondo, diversamente la seduta va pagata ugualmente!) da 50 minuti, nessuna previsione di fine cura, in altre parole un salto nel buio, ma... prima la salute!

Il mio analista in prova si premura di sapere se è tutto a posto dal punto di vista organico.

Io gli rispondo che sì, non è stato trovato nulla che non sia nella norma.

In realtà non è vero, ho già quasi perso l’udito da un orecchio, ma come si fa a dire che sia qualcosa di organico se nessuno prende la cosa in considerazione? E se non si sa neppure se il mio stato dipenda o meno da questo problema all’orecchio?

No, dal punto di vista organico è tutto OK.

Allora il problema non può che essere di altra natura, proprio alla natura che attiene al prendersi cura di sé, a scavare a fondo dentro se stessi. Scava, scava, qualcosa troverai.

Così per sette anni.

Indubbiamente per alcuni periodi sono stato meglio, molto meglio. Più sicuro di me stesso; meno lagnoso, maggiore apertura verso gli altri, crisi di Ménière rarefatte fino a quasi scomparire del tutto.

Di tanto in tanto però una crisi sporadica c’è stata, eccome, violentissima. Il nemico non era affatto sconfitto e risaliva alla ribalta quando più gli aggradava.

Una volta infatti abbiamo anche avuto con l’analista una seduta per telefono. Lui non si capacitava del fatto che io non potessi andare in studio da lui, come avrebbe voluto la regola inderogabile.

«Che vomiti e che abbia i capogiri e le vertigini, ma anche a costo di trascinarlo, deve venire in seduta», aveva detto a mia moglie.

Alle fine accettò che facessimo la seduta al telefono, io sdraiato immobile a letto fra un conato di vomito e l’altro, lui seduto sulla sua comoda poltrona come vuole il protocollo.

Smisi quando per lavoro mi trasferii da una città a un’altra.

Esperienza positiva sotto tanti aspetti (che però in tutta onestà non ripeterei).

Purtroppo nessun effetto duraturo su Ménière.

(Fine settimo episodio. Continua...)

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