La sindrome di Ménière raccontata da uno che ne soffre da tempo immemorabile – 4

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Continua la pubblicazione, a puntate settimanali, del mio racconto sulla sindrome di Ménière.

Seguimi, in linea di massima, il martedì.

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Capitolo terzo - Seconda parte

Intralcio l'uscita del negozio

Un altro episodio si è verificato all’uscita di un vecchio negozio di generi alimentari.

Uno di quei negozietti di una volta per intenderci, all’interno dei quali potevi trovare ogni genere di delizie per il palato, ma il cui ingresso era strettissimo, niente a che vedere con le aperture megagalattiche dei grandi magazzini di oggi (che funestano oggi le nostre città).

All’uscita mi sono per così impiantato in preda a una crisi.

Sostenuto dal mio figlioletto in età adolescenziale mi sono lasciato cadere fino a sedermi per terra, ostruendo di conseguenza l’ingresso del negozio.

Né più né meno che un povero mendicante

La sensazione era quella di essere né più né meno che un mendicante che, per fame, cada a terra tramortito alla vista di tanto ben di Dio.

L’aspetto interessante era che in quel preciso momento ero cosciente della figura che rappresentavo ma ero impossibilitato a muovermi da quella posizione.

Alla chiusura del negozio i proprietari (che mi conoscevano bene perché andavo spesso a far la spesa da loro) hanno dovuto pregarmi di spostarmi leggermente perché potessero passare e chiudere il negozio.

Poi passato il gravissimo “insulto”, pian pianino e con l’aiuto di mio figlio mi sono ripreso in qualche modo e ho raggiunto casa.

Solo chi ha provato qualcosa del genere potrà capire lo stato d’ansia e di umiliazione che si prova in un frangente del genere.

Portato a braccia

Ho un altro episodio da raccontare.

Più o meno nello stesso periodo a causa di un attacco improvviso sono tornato a casa sorretto fisicamente da mia moglie e da mio figlio, portato praticamente a braccia.

Essere in quello stato davanti al proprio figlio e alla propria compagna è una sensazione che non è lecito augurare neppure al peggior nemico (supposto che se ne abbia uno).

Altre crisi si sono verificate durante una vacanza in Croazia e una in particolare a Venezia.

In Croazia, sulla spiaggia. Tutto è apparentemente calmo.

Mare, spiaggia di sassolini, bella giornata soleggiata.

Anche questa volta arriva all’improvviso. Violentissima vertigine inarrestabile, al solito gira tutto, mi dico che passerà ma invece continua, impossibile muoversi o pensare di tornare alla macchina che è piuttosto distante.

Trascorre una buona mezz’ora, comincia a farsi tardi, mia moglie decide di allertare i soccorsi.

Arriva l’ambulanza, ma il posto è irragiungibile in auto, non c’è una strada percorribile, l’unico modo è farsi strada in barella.

Anche questa volta mio figlio mi fa da portantino insieme all’addetto all’ambulanza. Breve ricovero, flebo di Plasil e anche questa volta è andata.

A Venezia, come raggiungere il Pronto Soccorso in barca

A Venezia è andata peggio, se c’è un metro che può stabilire cosa è meglio e cosa è peggio.

All’uscita da una bellissima mostra sento che sta arrivando, è lì che mi aspetta.

Al solito, tutto parte dall’intestino, il nostro secondo cervello, il cosiddetto microbioma, che entra in subbuglio chissà come e perché.

Mi dico che passerà, con il tempo ho imparato a prendere qualche precauzione, ho un kit di primo soccorso, non sono più un neofita.

Faccio quindi ricorso alla mia attrezzatura da asporto che prevede in primis un sacchetto per il vomito, compresse di Plasil che infatti ingerisco subito nella speranza che blocchino l’evento.

Non lo bloccano.

E del resto so bene che quando la crisi è partita non ci sono santi che possano bloccarla.

Prevenire, prevenire è la parola d’ordine

Troppo tardi ormai anche questa volta non posso che subire le conseguenze dell’attacco.

E’ una giornata caldissima.

Riesco a raggiungere una panchina in pieno sole, che picchia da morire, ma sono troppo preso dal vomito per potermi spostare.

Arriva mia moglie in soccorso, un medico caritatevole accorre anche lui, io sto seduto a occhi chiusi intento a vomitare, tutto gira ovviamente, ma mi propongono di spostarmi almeno in un posto ombreggiato.

Non posso muovermi, difficile far capire il concetto.

Passano le ore.

Gente va, gente viene, osservano, tirano dritto, li capisco.

Medico e moglie si consultano, che si fa, le cose vanno per le lunghe, c’è il mare di mezzo, un numero impressionanti di canali prima di raggiungere la terra ferma (si fa per dire) e quindi il treno.

Non se ne parla neppure.

Devo essere portato a braccia.

Passano altre ore.

Meglio far intervenire i soccorsi.

Arrivano infatti, ovviamente in barca.

Non smetto di vomitare.

Mi caricano in due per raggiungere il battello e mi sistemano sulla barca che parte ondeggiando e favorendo quindi i miei conati vomito.

Un infermiere mi cerca una vena, ma prima mi chiede se ho già preso del Plasil, rispondo di sì, ma le compresse sono andate regolarmente perse per sopraggiunto vomito d’ordinanza, di conseguenza lui può praticarmi senza indugio alcuno l’endovena come da protocollo che però non sortisce l’effetto.

Sono i momenti in cui bramo ardentemente la flebo di Plasil, quella che in genere rimette le cose a posto (si fa per dire...).

Finalmente al pronto soccorso ricevo la mia dose, e lentamente, molto lentamente, torno alla normalità.

Sbrigate le formalità di rito, pagato il ticket com’è doveroso, riusciamo a prendere con mia moglie l’ultimo vaporetto (per fortuna il mal di mare non torna…), e quindi l’ultimo treno utile per rientrare a casa nella notte.

Anche questa volta è andata.

L’ultimo episodio che mi preme ricordare è quello in cui mi sono trovato ad avere una crisi nel corso di una importante riunione di lavoro.

Premetto che avevo faticato parecchio a organizzare quell’incontro, di conseguenza ero parecchio ansioso che tutto andasse per il meglio.

E niente, tutto come le mille altre volte precedenti.

Arriva all’improvviso, confusione, conati vomito, annebbiamento, acufeni altissimi. Sospendiamo tutto, mi apparto, sbianco in viso, mi consigliano di tornare a casa, e io eseguo il più celermente possibile.

Ma si può andare avanti così? No, che non si può...

(Fine quarto episodio. Continua...)

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