Trattamento Acufeni, nuova sperimentazione con risonanza magnetica funzionale

Trattamento acufeni

Trattamento Acufeni con risonanza magnetica funzionale

Non è vero che per il trattamento acufeni non si faccia niente, come a volte siamo portati a pensare noi che di acufeni soffriamo e pensiamo di essere stati dimenticati e abbandonati a noi stessi dalla “Scienza”.

Lo dimostra un nuovo esperimento messo in atto da alcuni ricercatori che si sono misurati appunto con un trattamento acufeni definito (da loro) innovativo.

E cosa si sono inventati questa volta per un nuovo trattamento acufeni?

Hanno messo insieme neurofeedbackfMRI somministrando poi il tutto a un gruppo di volontari.

Piano con questi termini, altrimenti non ci si capisce nulla.

Hai ragione, infatti ecco di seguito il significato di questi paroloni.

«Con neurofeedback (o EEG Biofeedback) si intende una tecnica non invasiva, derivata dal Biofeedback, che si propone di intervenire a livello neurocognitivo. Di tale tecnica è stato proposto l’uso in alcune situazioni cliniche, quali la terapia di patologie come l’ADHD o contro l’emicrania.» [Wikipedia]

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«La risonanza magnetica funzionale, abbreviata RMF o fMRI (Functional Magnetic Resonance Imaging), è una tecnica di imaging biomedico che consiste nell’uso dell’imaging a risonanza magnetica per valutare la funzionalità di un organo o un apparato, in maniera complementare all’imaging morfologico. Sebbene risonanza magnetica funzionale sia una terminologia generica, ovvero applicabile a qualsiasi tecnica di imaging a risonanza magnetica che dia informazioni aggiuntive rispetto alla semplice morfologia (ad esempio imaging metabolico, quantificazione del flusso sanguigno, imaging dei movimenti cardiaci etc.), essa è spesso usata come sinonimo di risonanza magnetica funzionale neuronale, una delle tecniche di neuroimaging funzionale di sviluppo più recente.» [Wikipedia].

Chiariti i termini, cosa c’è di nuovo per il trattamento acufeni?

Stando ai risultati della ricerca la combinazione di neurofeedback e risonanza magnetica sembrerebbe essere in grado di ridurre la portata degli acufeni, al punto da eliminarli del tutto (forse).

I ricercatori precisano in partenza che nel disagio provocato dagli acufeni è implicata la corteccia primaria, cioè quella parte del cervello in cui viene elaborato l’input uditivo.

Questa corteccia sarebbe più attiva nelle persone che soffrono di acufeni. Di conseguenza – così pensano i ricercatori – ridurne l’attività potrebbe portare a una significativa riduzione anche della percezione degli acufeni.

Come si procede?

Per il trattamento acufeni i ricercatori hanno fatto ricorso al cosiddetto allenamento neurofeedback in modo da distogliere l’attenzione dai cosiddetti “suoni fantasma” percepiti nelle orecchie.

Allenando il cervello – sostengono in sostanza – la persona che soffre di acufeni può visualizzare un qualche tipo di indicatore esterno dell’attività cerebrale e tentare di esercitare il controllo su di esso.

«L’idea è che nelle persone con acufene – così Matthew S. Sherwood, uno dei ricercatori – ci sia un’eccessiva attenzione alla corteccia uditiva, rendendola più attiva che in una persona sana. La nostra speranza è che chi soffre di acufene possa usare il neurofeedback per distogliere l’attenzione dall’acufene fino a farlo andare via.»

La verifica della bontà del procedimento

Per verificare se effettivamente questo particolare trattamento acufeni risulti efficace, è stata utilizzata una tecnica di risonanza magnetica sensibile ai livelli di ossigeno nel sangue, in grado di fornire indirettamente una misura dell’attività cerebrale.

I partecipanti alla ricerca – volontari – hanno ricevuto un rumore bianco attraverso appositi tappi per le orecchie e sono stati in grado di visualizzare l’attività della loro corteccia uditiva primaria come un tracciato su uno schermo, grazie appunto alla risonanza magnetica funzionale.

Ai partecipanti è stato richiesto di osservare il tracciato durante il periodo di rilassamento e di tentare attivamente di modificarlo per diminuire l’attività della corteccia uditiva primaria durante la sperimentazione, grazie ai procedimenti suggeriti per raggiungere questo scopo.

I ricercatori hanno infatti fornito ai partecipanti le tecniche per aiutarli a rendere possibile tale operazione, ad esempio cercando di distogliere l’attenzione dal suono verso altre sensazioni come il tatto e la vista.Acufeni ridotti

«Molti – ha riferito il dottor Sherwood – si sono concentrati sulla respirazione perché dava loro una sensazione di controllo. Allontanando la loro attenzione dal suono, l’attività della corteccia uditiva dei partecipanti è diminuita e anche il segnale che stavamo misurando è diminuito.»

Dovremmo poterne sapere di più

Naturalmente, come per ogni ricerca che si rispetti, i ricercatori mettono le mani avanti, affermando che la strada sembra buona per un trattamento acufeni, ma che occorrono nuove sperimentazioni per confermare i risultati raggiunti. E siamo alle solite.

C’è però un aspetto che mi preme sottolineare, perché mi sembra più facilmente utilizzabile da chi soffre di acufeni.

Il dottor Sherwood conclude l’analisi dei risultati con la seguente affermazione: «In definitiva, vorremmo fare tesoro di ciò che abbiamo imparato dalla risonanza magnetica e sviluppare un programma neurofeedback che non richieda l’utilizzo della risonanza magnetica, come un’app o una terapia domiciliare che potrebbe applicarsi all’acufene e ad altre condizioni.»

Ora, visto appunto che non possiamo avvalerci della risonanza magnetica funzionale a domicilio, a me sembra che questa idea dell’App da utilizzare tramite smartphone sia qualcosa alla portata di tutti. C’è da augurarsi quindi che i ricercatori siano in grado di svilupparla.

Dirò di più.

Senza voler sminuire minimamente la portata dei risultati “scientifici” della ricerca, sono in grado di affermare, come del resto ho scritto in un altro articolo, che senza andare tanto per il sottile ricorrendo a neurofeedback e simili, con una App e uno smartphone ho già trovato per conto mio sollievo ai miei acufeni.

Come si dice, «Provare per credere!»

 

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