Con gli Apparecchi Acustici sento bene mia moglie in cucina, ma fuori è un disastro. Perché?

Con gli Apparecchi Acustici

Con gli Apparecchi Acustici fino a che punto si può sentire bene?

C’è una domanda generica sull’ascolto del parlato con gli apparecchi acustici nel rumore, ed è quella che si pone ogni costruttore ma anche chi è suo malgrado costretto a servirsi degli apparecchi acustici.

Poi c’è una domanda più specifica, che attiene a un gruppo di ricercatori, i quali hanno pensato di formularla così: «Possono essere implementati algoritmi di apprendimento automatico in grado di risolvere il problema della comprensione del parlato nel rumore, come attualmente non avviene quando si ascolta con gli Apparecchi Acustici?».

E’ questo ovviamente uno dei principali interrogativi che si pongono i costruttori di apparecchi acustici, e si arrovellano nel tentativo di venirne a capo (finora senza risultati definitivi, peraltro).

Dalla parte di chi indossa questi miracolosi aggeggi la questione si pone in maniera diversa ma non meno pressante: «Con gli apparecchi acustici ci sento bene quando siamo io e mia moglie in cucina, ma se andiamo in un posto dove c’è rumore, è un vero disastro, non capisco più nulla».

Dove sta il problema con gli apparecchi acustici?

Il problema sta nel rumore di fondo che riduce o rende del tutto impossibile comprendere il parlato.

Scrive Healy, Eric W. PhD in un articolo pubblicato su The Hearing Journal (novembre 2017):

«Questa affermazione evidenzia la lamentela più comune da parte di individui con problemi di udito – scarsa capacità di riconoscimento vocale quando è presente il rumore di fondo. Di conseguenza, un’efficace riduzione del rumore può essere considerata uno dei nostri obiettivi più importanti. Nonostante la sua importanza, la riduzione del rumore attualmente implementata nei dispositivi moderni è notoriamente inefficace (dopotutto, se fosse efficace, le lamentele cesserebbero). In effetti, la letteratura mostra che la riduzione del rumore produce spesso un adattamento soggettivo, ma troppo spesso, nessun aumento effettivo dell’intelligibilità.»

In quanto portatore di apparecchi acustici posso confermare che il problema è posto correttamente.

Confermo anche la circostanza per quanto riguarda l’adattamento soggettivo a capire il parlato nel rumore, anche se con grande fatica e ovviamente a scapito della intelligibilità dello stesso.

Per questo “adattamento” però occorrono mesi, se non anni, di un percorso con gli apparecchi acustici, non sempre facile e agevole.

Come se ne esce, cosa si può fare con gli apparecchi acustici?

L’Autore dell’articolo sottolinea che un obiettivo a lungo ricercato riguarda una tecnica a microfono singolo per migliorare l’intelligibilità del parlato nel rumore.

Purtroppo questa tecnica si è dimostrata però inefficace.

«Le tecniche a microfono singolo sono state in grado di rimuovere il rumore dal parlato, ma in tal modo hanno prodotto distorsioni. Quindi si inizia con la parola che non è intelligibile perché è rumorosa e si finisce con un discorso che non è intelligibile perché distortoAcufeni ridotti

Chi ha voglia di approfondire l’argomento può consultare il lavoro di Phillip Loizou, riassunto in “Ragioni per cui gli attuali algoritmi di miglioramento del parlato non migliorano l’intelligibilità del parlato e le soluzioni suggerite” (IEEE Trans Audio Speech Lang Proc. 2011; 19 [1]: 47).

Una soluzione innovativa ci sarebbe

Ed è quella proposta nell’articolo di cui ci stiamo occupando.

Si basa su due componenti.

Il primo riguarda il mascheramento a frequenza temporale (T-F) e il secondo l’implementazione di algoritmi di apprendimento automatico.

Tralasciamo il primo, piuttosto tecnico, e concentriamoci sul secondo, altrettanto tecnico ma forse più comprensibile per un profano, come sono io, per esempio.

Come funziona? Speciali algoritmi di apprendimento automatico mettono gli apparecchi acustici in condizione di apprendere quali sono le unità dominanti nel parlato e quali nel rumore. Una volta che il DNN [Deep Neural Network, ndr] contrassegna le unità che dominano il parlato per noi, possiamo semplicemente presentare quelle unità, e solo quelle, a chi ascolta con gli apparecchi acustici.

Se è la strada giusta lo vedremo

Per adesso, come si affretta ad affermare l’Autore non sono stati effettuati esperimenti in reale, ma solamente “in laboratorio”, per così dire.

La strada sembra però promettente e soprattutto non ci sono ostacoli dal punto di vista teorico, nel senso che non esiste una barriera “scientifica” che impedisca di colpire l’obiettivo.

In sostanza, quando i nostri apparecchi acustici saranno in grado di “fare una scansione” del rumore di fondo impendendo che venga percepito, mentre lasceranno passare le unità fatte di parole e quindi accettabili da chi ascolta, allora avremo raggiunto il risultato sperato.

Ti lascia l’amaro in bocca sapere che la ricerca non ha ancora superato questo ostacolo?

Sì, ma credo che l’atteggiamento più corretto sia di accordare fiducia a chi promette concretamente di farci fare passi da gigante nella comprensione del parlato nel rumore, possibilmente in tempi ragionevoli…

 

Share

Lascia un commento da Facebook

Leave A Response