Audioprotesi, dall’archeologia industriale alle soluzioni digitali di oggi

Audioprotesi

Audioprotesi, c’erano una volta i piazzisti o venditori ambulanti di apparecchi…

Certo che a fil di logica se gli apparecchi acustici vengono o venivano definiti “Audioprotesi“, allora gli occhiali da vista dovrebbero essere connotati come “Oculoprotesi“, ma così non è, va a capire se c’è una ragione.

Gli occhiali da vista correggono infatti un difetto della vista, e allo stesso modo (non è proprio così, ma giusto per capirsi…) gli apparecchi acustici correggono un difetto dell’udito.

 

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Audioprotesi però richiama l’idea di disabilità, mentre gli occhiali oggi li portano tutti senza alcun tipo d’imbarazzo. E’ chiara la differenza?

C’è anche questo nel godibilissimo libro di Roberto Pontoni, fattosi, da autodidatta, esperto appunto di “audioprotesi” ai tempi in cui gli apparecchi acustici digitali come li conosciamo oggi erano ancora di là da venire.

Ai suoi tempi succedeva anche questo…

Amarcord” (tanto per far ricorso a una citazione dotta) che ai miei tempi – così sembra dire Pontoni – anche su chi portava gli occhiali da vista si appuntavano gli strali dei compagni “cattivi”, i cosiddetti “bulli” di oggi. Era comunque una disabilità evidente, e puntualmente sottolineata.

Figuriamoci le audioprotesi!

Questo “La mia 500 blu. Lavoro memorie e storie dal mondo di in audioprotesista” è un tuffo nel passato che ha la particolarità di proiettare un fascio di luce anche sul presente.

E non soltanto perché racconta parecchi, svariati e a volte divertenti particolari sulla nascente professione, tutta da inventare, dell’Audioprotesista.

Ma anche perché questa professione viene creata ed esercitata dall’Io narrante in un territorio tutto particolare com’è il Friuli Venezia Giulia.

Da queste due caratteristiche si evince che…

In primis, che il libro è indispensabile a chi voglia ricostruire l’iter della nuova professione, intesa come tale, cioè come una vera e propria professione sanitaria, da svolgere secondo scienza e coscienza per venire incontro ai bisogni di chi accusa un problema di salute all’orecchio (e ovviamente non solo a quello…).

Ma è anche utilissimo perché offre uno spaccato di quella civiltà contadina propria del Friuli, che però va coniugata con lo spirito imprenditoriale che ha portato tanti “contadini” friulani a girare il mondo in cerca di fortuna, spesso e volentieri ottenendola.

Roberto Pontoni non ha girato il mondo con la sua 500L (se si eccettua la parentesi in Albania), ma si è affermato in patria, dove, esattamente a Monfalcone, ha trovato un vastissimo bacino d’utenza grazie (o proprio a causa) del lavoro nei Cantieri, dato che le navi venivano tirate su a martellate.

«Nei cantieri, ad esempio, le navi venivano ribattinate, non venivano saldate. Gli operai lavoravano con intensità sonore spaventose che creavano dei traumi acustici che davano corso ad un inevitabile processo di deterioramento. Non c’era nessuna attenzione a preservare l’udito. Uno che perde l’udito non se ne rende subito conto: di solito c’è una perdita graduale e l’orecchio, che non è abituato a sopportare un carico di fastidio, non rivela la sua sofferenza come un dolore muscolare. Se io batto tutto il giorno con il martello, alla fine della giornata il braccio mi fa male, sono stanco. L’orecchio invece non ti da questa sensazione perché nel nostro sistema nervoso l’affaticamento dell’orecchio non viene registrato. Se leggi a lungo ad un certo punto devi riposare gli occhi, percepisci dei segnali, il bruciore, la lacrimazione, l’offuscamento della visione, ma per l’orecchio non è così.»

La mia personale sensazione

Del libro, che come ho già detto è godibilissimo e si legge in una manciata di ore (merito anche del curatore Marco Coslovich che ha reso la narrazione avvincente, quasi una confessione spontanea, forse volutamente naïf ma non per questo meno convincente) ho apprezzato soprattutto la parte che riguarda l’aspetto professionale.

Sono stato ammaliato dai tantissimi aneddoti che descrivono molto bene il salto di qualità di persone che da semplici venditori ambulanti di audioprotesi sono diventati veri professionisti di apparecchi acustici, finalmente!

Di seguito alcuni esempi di “archeologia industriale”

«L’apparecchio acustico una volta era vissuto come un’assoluta vergogna, quindi lo si applicava solo al sordo estremo, cioè a quello che non riusciva a comunicare con gli altri e che era nettamente in difficoltà»

«La promozione di questi apparecchi avveniva attraverso le fiere, ma anche nelle stanze degli alberghi. Il mio datore di lavoro, dal quale dipendevo all’inizio della mia carriera, mi diceva che negli anni ’60, prima che io cominciassi, ricevevano gli utenti nelle grandi città, nelle stanze degli hotel: mettevano un annuncio pubblicitario sul giornale dove si comunicava che un tecnico sarebbe stato disponibile ad illustrare le novità a coloro che sentivano poco e avrebbero voluto sentire di più. Gli interessati così prendevano appuntamento ed andavano nell’hotel»

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«Non c’era un buon rapporto tra la classe medica ed il venditore di apparecchi acustici di allora, che non si chiamava audioprotesista, ma si chiamava semplicemente venditore di apparecchi acustici. Era così definito perché era un campo nuovo, un campo in cui si buttavano tutte quelle persone che non avevano niente da perdere, che si inventavano un lavoro. Non conoscevano il mercato e cercavano, nel più breve tempo possibile, di guadagnare. […] Si vendeva il pezzo e ciao, arrivederci»

«All’epoca un apparecchio costava come tre stipendi, aveva un costo alto. I “clienti” erano gente di tutti i tipi, dal panettiere all’operaio, alla sarta, al benestante, al medico. Era un tipo di problema che colpiva tutti, non c’era differenza e si apriva una trattativa di vendita. Oggi fai delle prove tecniche, delle verifiche funzionali, ma allora non c’era niente. Al di là di fare un’audiometria, di applicare un apparecchio acustico e chiedere se sentiva tanto o se sentiva poco, non c’era altro e quindi il rapporto era strettamente commerciale. […] Tra il non sentire niente o sentire qualcosa era già un passo avanti. Il costo era molto alto e la gente più umile faceva grossi sacrifici impegnandosi con le cambiali»

«Mi ricordo che tantissime persone che venivano da me erano state danneggiate dal chinino. Il chinino era stato somministrato in Africa per combattere la malaria ed era anche stato somministrato nel Polesine, per lo stesso motivo. Quelli che avevano usato il chinino, tantissimi militari ad esempio, avevano problemi di udito»

Ecco, il libro di Pontoni è pieno zeppo di queste storie, infarcito di aneddoti su com’era la vita dei sordi allora (ma parliamo soltanto di pochi anni fa), e di come si cominciasse ad affermare l’opportunità di offrire una via d’uscita quantomeno per alleviare il problema e migliorare la qualità di vita per chi era afflitto da sordità.

Il resto, come si dice, è cronaca…

Unico rilievo, ma giusto per chi volesse andare a cercare il pelo nell’uovo, andrebbe fatto per qualche refuso e qualche ripetizione di troppo, entrambi assolutamente evitabili, e che potrebbero finire per infastidire il lettore più esigente, peccati del tutto veniali, venialissimi, s’intende.

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